note sconnesse dal diario di un concerto
estratto dal mio diario, quello che dovrei aggiornare più spesso.
2 Agosto 2012
[…] A Termini trovo R. e C., prendiamo un treno verso la stazione Capannelle e troviamo a piedi l’hotel. Sperduto. Su una strada coi barattoli di latta vuoti che rotolano e i vecchi con una spiga tra i denti che ti chiedono “dove sei diretto, straniero?”. Su una di quelle strade ad alto rischio di essere investiti. Una di quelle che manco dovresti poterci andare a piedi. Ok, sto drammatizzando, niente barattoli rotolanti e vecchi dal cappello di paglia. E che palle, volevo ravvivare.
Check-in, deposito bagagli e si chiama un taxi (non ladro) per arrivare all’Ippodromo, dove troviamo già qualcuno in fila (paradossalmente non tutti fan #1 come sarebbe lecito aspettarsi), e iniziamo la lunghissima attesa fino all’apertura dei cancelli. Nel mentre conosciamo due ragazze simpatiche (una fiorentina, l’altra terrona ma che studia a Firenze se non erro) e un gruppo di snob palermitani. Di quelli con l’accento forte e lo strascichio dell’ultima lettera. Uno di questi è il classico tipo con la canotta a costine bianca, orecchini, occhiali da nerd e erre moscia, uno di quelli che immagini sia frocio ma poi ha la fidanzata, e pure carina. Di certo più di lui, un cesso che non si spiega come sia riuscito anche solo a rivolgerle la parola. Uno di quelli che dice di ascoltare gruppi che solo lui conosce. Lui e altri quattro suoi amici, ma solo perché sono musicisti. Uno di quelli che ti chiede se pronunci “sigur ros” o “sigur roshh”, sai perché son islandesi, la pronuncia della s con la bacchetta sopra è un suono che noi non siamo abituati a produrre.
Si aprono i cancelli. Inizia la corsa per la prima fila. Mandiamo C. a prendere dell’acqua da consumare strategicamente durante il concerto. Torna anche con un preservativo. Di quelli che non dovresti aprire perché sono indissolubilmente legati al concerto. Di quelli che pensi “chissà se quando lo userò penserò a questo momento”. Di quelli che poi pensi “oddio e se poi ho una brutta performance perché non mi concentro sul momento e penso a quando pensai al momento in cui l’avrei usato?”. Di quelli che pensi che se l’avrai usato la sera stessa sei molto fortunato. O sfortunato, dipende dai punti di vista.
Passa ancora più di un’ora prima di vedere qualcuno o qualcosa su quel palco.
Aprono gli aucan. Droppano qualche beat.
Quindi i Placebo, ecco la tracklist. (Ho evidenziato con colori diversi i vari album e ho fatto la conta. Che bravo che sono.)

Tracklist non il massimo. Bella, eh, alla fine hanno fatto almeno un brano per album (e vorrei vedere), concentrandosi sugli ultimi due in particolare, ma magari mi aspettavo qualcosa in più, qualcosa per me. Nancy Boy, insomma. O al massimo Taste in Men. E invece niente, ma la nuova canzone (B3 - pronunciato “be free”, from the upcoming album yet to be released bla bla bla) non è male, anzi sembrava proprio bella. Gli aucan bravi, solita voce inutile perché non si sentiva (quindi è un vizio, lo stesso era successo al Blackout festival a Prato, non ho ascoltato ancora le versioni “studio” dei loro brani ma temo sia lo stesso) e comunque ci stavano abbastanza, anche se nessuno sembrava conoscerli. O filarseli.
Ah, ritorno un attimo a Molko. A Molko sul palco dopo un paio di canzoni. Alla voce acuta e stizzita di uno snob che si lamenta della gente che fa video piuttosto che guardarsi, anzi godersi, il concerto (e c’ha pure ragione). “Thanks to those who are here tonight. And thanks expcially to those who are actually ENJOYING the show, instead of watching it trough a little screen. We are here, tonight. We’re not going to be here tomorrow! There’s even a guy who’s filming us…. WITH AN IPAD! Hey, Mr iPad, where are you keeping it, in your trousers?” e altre frecciatine del genere.
A fine concerto Steve (batteria) lancia le bacchette. Atterrano nelle mani di un gruppo di isteriche mestruate accanto a noi. Inizia la lotta per il dominio della bacchetta del desiderio. Volano dei “puttana”, “stronza” (giuro), tiri a destra e a manca. Mancava solo che si tirassero i capelli. Cavolo, col senno di poi avrei dovuto farle un video. Sai quante visualizzazioni su YouTube? Avrei dato nuova linfa al canale. Noi ci avviamo verso l’uscita lasciandoci alle spalle un “altrimenti la spezziamo”. Poverette. Che poi io forse avrei fatto lo stesso. Anzi no. Penso avrei iniziato a lanciare morsi finché la bacchetta non fosse rimasta in mano mia. Insanguinata, ma mia. O forse avrei lasciato perdere, perché in fondo è solo una stupida bacchetta probabilmente appicicaticcia. Tipo la volpe e l’uva, insomma. C’è un after-party da qualche parte, ma noi ci godiamo quello lì all’ippodromo. Anzi no, perché aspettiamo davanti al presunto albergo dove alloggiano Brian & co. speranzosi di avere il biglietto firmato da qualcuno. Chiunque. Anche dalla violinista bionda. Ovviamente finiamo stravaccati su una panchina, e dopo un po’ ci avviamo verso l’albergo. Anzi no, prendiamo un taxi. Di quelli ladri, però. Di quelli che paghi il triplo dell’andata, dieci euro invece che tre. Di quelli che becchi perché tutti gli altri sono occupati e questo aspetta dei clienti che non si sono presentati. Di quelli che quasi quasi faceva salire altra gente, perché non c’era il dollaro accanto alla tua chiamata.
Il giorno dopo corsa per non perdere il treno e si torna a casa. Ma non prima di aver probabilmente mandando in rovina l’albergo per aver consumato ogni cosa fosse commestibile durante la colazione inclusa.





